Le Tartarughe di Breno

La storia qui sotto non è la mia storia. O meglio, di questa storia ho molti ricordi di lunghi racconti, di alcune fotografie, di magliette bianche con una stampa colorata che ancora, dopo vent’anni, girano nei cassetti di casa e di un peluche a forma di tartaruga… Non è la mia storia, ma è quella di mio padre, così come quella di tanti altri della sezione CAI di Breno degli anni ’90. È una storia di amicizia, di montagna, di momenti felici e momenti tristi, ma pur sempre indimenticabili.

Senza altri preamboli, vi lascio alla lettura di questo breve racconto scritto da mio padre Mauro, uscito poco tempo fa sul suo blog personale.

Le Tartarughe di Breno
I primi di Febbraio dello scorso anno ho avuto un grave problema di salute che mi ha obbligato a trascorrere quindici giorni in ospedale. In conseguenza di questo doloroso evento, sono stato costretto ad una sosta forzata di alcuni mesi da adibire alla riabilitazione e alla convalescenza.
Le prescrizioni dei medici erano di assoluto riposo, o al massimo attività che non richiedessero alcun tipo di sforzo fisico, ed io, che  sono una persona che non riesce a stare con le mani in mano, approfittai di questo insperato tempo libero per dedicarmi ad un progetto sempre accantonato per le motivazioni più varie.
Munito di un apposito scanner collegato ad un computer, mi misi a trasferire  su formato digitale, le fotografie formato  diapositiva che ricordavano la storia mia e della mia famiglia.
Quella del proiettore e delle diapositive era una pratica che è andata in disuso per la praticità dei mezzi che l’hanno sostituita, condannando inesorabilmente la prima all’oblio quasi obbligato. Purtroppo, come tutti quelli della mia generazione, assieme ai supporti di celluloide menzionati, rischiavo di perdere anche tutti i ricordi a loro legati ed è per questo che con infinita pazienza trasferii tutte quelle immagini sul dico fisso del mio PC.
Assieme alle varie immagini di gite, battesimi, cresime, matrimoni ed eventi vari, ho rivissuto le metamorfosi dei miei nel corso degli anni e tutto mi ha dato un senso di nostalgia risvegliando in me ricordi che credevo sopiti.
Ogni immagine mi rimandava ad un periodo più o meno felice della mia vita e la pratica di trasposizione mi ha suscitato tante emozioni.
Tra le tante che mi hanno rievocato bellissimi ricordi, c’era una sequenza che avevo classificato come “Tartarughe Campolaro 1982“. Per spiegare il titolo, bisogna specificare che facevo parte di un club privato denominato “Le tartarughe di Breno“, composto di soli uomini con la passione della montagna in tutte le sue forme e che avessero in comune un forte sentimento che li legava: l’amicizia comprovata.
Campolaro, invece, è un agglomerato di baite e seconde case situato sulla strada che da Breno porta al passo Crocedomini.  Appunto in una di queste, di proprietà di una Tartaruga, ci radunavamo un paio di volte  l’anno per riunioni semiserie dove, oltre che parlare di montagna si mangiava e si beveva da veri professionisti.

Località Campolaro – Sullo sfondo la Presolana e il Gruppo Moren

Ogni cena era anticipata da un aperitivo chiamato il Camparone. Esso consisteva in una diabolica mistura di vino bianco, Campari, fette di agrumi e spezie varie, il tutto rigorosamente amalgamato in una grande zuppiera di cristallo dove sul fondo era disegnato il nostro stemma. Ovviamente si beveva a turno direttamente da quel recipiente che era stato fatto costruire apposta per noi dai vetrai di Murano.
Tutti i piatti erano cucinati da uno dei nostri associati che possedeva una gastronomia in centro a Breno ed ogni volta il convivio aveva un tema diverso.
Mi pare di vedere ancora il suo viso scolpito, incorniciato da una capigliatura e da fluenti baffoni rossi, quando ci annunciava in pompa magna qual era la specialità dell’occasione. Di lui rimane purtroppo solo il ricordo,  perché ci ha lasciato ancora giovane qualche anno fa.
Ricordo che una volta mangiammo tutto a base di lumache. Antipasto, primi e secondi tutto rigorosamente a base di questi viscidi animaletti del sottobosco.
Un’altra volta il tema principe era stato il tartufo. Un’altra ancora il soggetto era stato il cinghiale. Poi fu la volta, non ricordo in quale ordine, della pecora e ancora del pesce, per ripetere poi ad intervalli i vari temi con varianti sempre più sofisticate.
I nostri raduni alpinistico-culinari iniziavano il pomeriggio del sabato e finivano mediamente il pomeriggio della domenica. Ventiquattro ore ininterrotte durante le quali si mangiava, si beveva, si cantava, si giocava alla morra, alle carte. Si dormiva poco e in genere sdraiati per terra, su panche o nei pochi letti che c’erano.
Mediamente eravamo una compagnia di una trentina di persone tra associati e simpatizzanti rigorosamente selezionati, e quasi sempre  tutti vedevamo l’alba del giorno dopo, crollando addormentati per poche ore per riprendere appena smaltita un pò di stanchezza.
La data più ricorrente di questi convivi era l’8 dicembre, perché per noi corrispondeva all’inizio della stagione sciistica o più precisamente quella in cui finivano le gite a piedi e iniziava quella degli sci e delle pelli di foca.
Si saliva il giorno sette con sci e scarponi e la mattina seguente si smaltivano gli eccessi della sera precedente salendo con gli sci fino alla conca di Bazzena. Una lunga discesa fino alla baita di partenza coronava la mattinata dove dei volontari avevano preparato il pranzo del mezzogiorno.
Ricordo che alcuni anni, mentre cenavamo, di fuori scendeva la neve creando quell’atmosfera irreale che caratterizza queste situazioni e un’euforia ci contagiava aumentando, se è possibile, la voglia di ridere e scherzare.
Su alcune delle diapositive trasferite, si vedono delle corde da montagna che penzolano dalle travi del tetto in legno della baita,  fino sopra i tavoli. Si riconoscono poi degli associati che, muniti di imbragatura, moschettoni e cordini, salgono su queste corde e cercano di passare da una a un’altra tra le incitazioni dei presenti che applaudono.
Era uno degli esami semiseri che veniva fatto agli aspiranti per essere accolti nel clan quando, sotto l’attento controllo del Cerimoniere, si doveva superare la prova pratica di ammissione. Altre prove orali, ben documentate fotograficamente da espressioni sguaiate dei presenti, riguardavano domande trabocchetto che riguardavano gli associati, per poi finire sempre in un brindisi finale dove il neofito veniva accolto nelle Tartarughe di Breno con applausi e pacche sulle spalle. Da quel momento il socio poteva fregiarsi di un segno di riconoscimento che era uno scudetto, che si poteva cucire su abbigliamenti da montagna, rappresentante una tartaruga con un moschettone ed una corda. La cosa però più importante, era la consapevolezza che eri stato ammesso in una ristretta cerchia di amici molto legati tra di loro.

Lo stemma delle Tartarughe di Breno

Nel rivedere quelle immagini, mi sono tornate alla mente le divertite e le goliardate del tempo.
Una delle foto che mi ha più suscitato ricordi è una dove si vede il nostro presidente aprire lo zipolo di una botticella tenuta sottobraccio e versare del vino che ne esce direttamente a uno di noi in ginocchio con la bocca aperta. In un’altra il nostro cuoco vestito in abiti di inizio secolo con un gran cappello in testa che cucina tra pentole e fornelli.
Si vedono poi episodi dei più divertenti con immagini di associati alle prese con i piatti più  vari, come chi sta sbranando una coscia di pollo o sta mangiando rane o lumache. Oppure un infilata di bottiglie prova delle abbondanti libagioni che non deludevano mai.
Alcuni di questi convivi furono anche la scusa per augurare il buon esito a spedizioni alpinistiche extraeuropee dove una ristretta cerchia di nostri scalatori avrebbe tentato salite a montagne mitiche.
Mi ricordo che la prima di esse fu nel 1988, quando alcuni di noi avrebbero tentato la salita del Makalu, una piramide di 8462 metri d’altezza al confine tra il Nepal e la Cina.
La cena di buon auspicio fu sontuosa e conviviale come il solito. La spedizione per poco non raggiunse la vetta ma tornarono tutti a casa sani e salvi con un bagaglio di esperienze che per quei tempi fu preziosissimo per tutti noi.
Non andò altrettanto bene nel 1993 quando, in primavera, salutammo la nostra Tartaruga Giandomenico Ducoli che partiva con Battistino Bonali alla conquista della parete nord del Huascaran in Perù. Morirono entrambi precipitando a duecento metri dalla vetta colpiti da una scarica di sassi.
Sono passati tanti anni, ma io ricordo ancora che per salutare gli amici che partivano organizzammo una cena sontuosa tutta base di pregiatissimi pesci.
L’antipasto era stata una montagna di ostriche che per tenerle fresche andai in Bazzena io personalmente col mio furgone a prendere un cassone pieno di neve. Bisognava vedere l’impatto teatrale dei grandi vassoi pieni del bianco elemento da dove spuntavano i ricchi frutti di mare e la schiera delle bottiglie di campagne per accompagnarle.
Il resto della festa fu grandioso più delle volte precedenti e salutammo gli scalatori con un grande abbraccio ideale.
Quando mesi dopo fummo informati della disgrazia restammo profondamente scioccati. Nel giro di pochissimo si era sgretolato un mito che malgrado tentassimo più volte di rievocarlo non era più lo stesso.
Fu l’ultima volta che facemmo festa in Campolaro. Ritornammo ancora mesi dopo ma l’atmosfera di festa si era dissolta. Si era rotto qualche cosa che non si poteva più riparare.
Era finita un’epoca che ricordo con tanta nostalgia e che rivedo ancora con commozione nei visi allegri, soprattutto di quelli che ci hanno lasciato prematuramente.

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