Il Carnevale di Livemmo:

Odio i pagliacci. Ebbene sì, sono una delle tantissime vittime della generazione di IT. No, non l’alieno di “Telefono, casa”, brutto impestato ma simpatico a tutti (che per la cronaca si chiamava ET). Parlo del pagliaccio IT, creatura nata dagli incubi dello scrittore Stephen King e diligentemente messa sullo schermo dal Tommy Lee Wallace. Ma avete presente che trauma pensare che ci sia un pagliaccio nel tombino che vuole giocare con te? Con me? Ma chi ti conosce!!

Comunque, fatto sta che la mia generazione è cresciuta con il terrore dei pagliacci, poi chi più chi meno (ovviamente io sono nel più, solita sfiga) ha maturato una strana avversione anche per tutto ciò che è mascherato. Non sempre, nel senso che se sono sopravvissuta a 4 giorni di cosplay a Lucca posso sopravvivere a tutto, ma i traverstimenti in generale mi mettono un pochino a disagio, figuriamoci poi se decidi di vestirti da pagliaccio.

Dunque potete immaginare con che piglio sobrio e distaccato io soccomba al giorno di carnevale. Mia madre potrà smentirmi ma non ho grandissimi ricordi di travestimenti di carnevale, forse una volta che mi hanno vestito da diavolo, o da pecora, ma forse mi confondo con mio nipote. Tutt’ora non sono una grande frequentatrice di feste in maschera, ma quest’anno ho detto NO. Quest’anno sono andata al carnevale di Livemmo e mi sono divertita da matti.

“Ma dov’è Livemmo?” domanda che mi hanno fatto tutti quando ho parlato di questo posto. Livemmo è una piccola frazione di Pertica Alta, in Val Sabbia. Per raggiungerlo la strada più comoda è quella che da Brescia sale in Val Trompia e, all’altezza di Gardone Val Trompia (passata la Beretta, per capirci), si svolta a destra verso Tavernole sul Mella-Marmentino. Tempo di percorrenza totale, un’oretta circa.

Come sapete di montagne ne ho viste tante. Non tantissime, ma posso comunque dire la mia. Difficilmente ho trovato posti così incontaminati come Livemmo e le sue vallate. Il che è un’arma a doppio taglio non indifferente. Da un lato, l’immersione nella natura è totale e ti da quel senso di liberazione che pochi posti riescono a darti: i percorsi e i sentieri sono semplici, le vallate ampie e le vette mozzafiato.

Livemmo e la Corna Blacca
Livemmo e la Corna Blacca

D’altra parte, il fatto di essere così isolati e incontaminati, forse unito ad una politica poco lungimirante, rende questo posto fiabesco un perfetto sconosciuto anche ai locali. Io per prima non lo conoscevo e solo attraverso alcuni amici sono riuscita ad arrivare in questo posto del quale mi sto innamorando piano piano. Colpo di fulmine definitivo: il piccolo cimitero dedicato alla Brigata Perlasca. Il mio debole per la storia delle due guerre mi lascia poco (pochissimo scampo).

Commemorazione della Brigata Perlasca da parte delle Fiamme Verdi, Barbaine
Commemorazione della Brigata Perlasca da parte delle Fiamme Verdi, Barbaine

Infatti, quanti di voi conoscono il Carnevale di Livemmo? Pochi, se non addirittura nessuno. Questo carnevale ha una storia antichissima: “Le prime notizie frammentarie di questo Carnevale umile le troviamo all’inizio del ‘900 nelle cascine Livemmesi. Le stalle nel passato rappresentavano veri e propri punti di ritrovo, posti in cui, le storie e le opere letterarie lette al lume di candela, davano senza dubbio, un’atmosfera decisamente suggestiva, accendendo nella mente della gente ardenti sogni e surreali fantasie. Proprio questo spirito potrebbe essere alla base della nascita delle maschere, che inizialmente vedevano protagoniste la Vecia e l’Omasì vagabondare, assieme ad altre figure travestite (sia maschili che femminili), per le vie e le stalle, con la successiva raccolta immancabile di doni (questua) che serviva per l’allegra festa finale, dove le maschere si ritrovavano tutte assieme” dice il sito Riflessi di Luce, vero e proprio ricettacolo della storia del Carnevale livemmese che, differenziandosi in modo così netto dai tradizionali carnevali alpini, venne messo alla gogna per lungo tempo.

Il sito, appoggiandosi alla tesi di laurea di Francesca Collio, laureata in Lingue e Tecniche dell’informazione e della Comunicazione all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, prosegue narrando che “il Carnevale non risentì dell’interruzione forzata a causa delle due guerre mondiali, ma ben più grave e duro fu il contraccolpo negli anni ’50 dovuta all’industrializzazione e all’emigrazione di massa dalle Pertiche; […] Gli anni più altisonanti e rigogliosi del Carnevale di Livemmo sono gli anni ’70, quando il figlio di Pietro Meschini, Vincenzo, riscoprì nella soffitta di casa le particolari maschere, riproponendole con successo in paese la festa” divenendo di fatto la festa che noi oggi tutti possiamo vedere.

Ma chi sono questi due personaggi principali, “La vecia de la Vàl” e “L’omasì del zerlo“? “L’origine e il significato di queste due maschere è strettamente legato al carnevale dei mestieri, ossia al travestimento di figure professionali e coerenti di un determinato contesto, agrario o urbano. Il val è un grosso cesto leggermente concavo che serviva per vagliare, cioè per setacciare l’orzo (l’unico cereale di produzione locale); il zerlo è un grosso cesto allungato da portare sulla schiena e che serviva, e serve ancora, per trasportare e spargere la grassa (letame), o legname ecc.. “Zerlo” e “Val” sono strumenti di lavoro ma anche simboli di un’economia contadina povera e non priva di difficoltà”

Particolarità assoluta di queste maschere è il confine estremamente labile e difficilmente riconoscibile tra la maschera e la persona vera. Essendo sempre a coppie di due, non si sa bene quale sia la persona fisica e la maschera: in senso più ampio, chi porta chi? Guardate le fotografie qui sotto e ditemi se riuscite a riconoscere la persona dal fantoccio (io ho fatto una fatica bestia dal vivo!).

via Facebook “Carnevale di Livemmo”
via Facebook "Carnevale di Livemmo"
via Facebook “Carnevale di Livemmo”
via Facebook "Carnevale di Livemmo"
via Facebook “Carnevale di Livemmo”

Ovviamente ci sono anche altre maschere, più o meno terrificanti, che rappresentano gli arti, i mestieri e le leggende di Livemmo, tutto in chiave estremamente satirica e irriverente (tranne una: era un uomo che aveva la faccia sia davanti che dietro, coperto da un lunghissimo mantello e calzava delle scarpe terrificanti che andavano sia avanti che indietro, un incubo ad occhi aperti!).

Il diavolo e l'acqua santa...quasi - via Facebook "Carnevale di Livemmo"
Il diavolo e l’acqua santa…quasi – via Facebook “Carnevale di Livemmo”
Vi prego, guardate quei piedi, guardateli!!! - via Facebook "Carnevale di Livemmo"
Vi prego, guardate quei piedi, guardateli!!! – via Facebook “Carnevale di Livemmo”

Il paese è stato tutto addobbato a festa, in alcuni vecchi cortili era possibile ammirare i vecchi utensili dei mestieri contadini e della vita di tutti i giorni, c’erano alcuni piccoli stand mirabilmente mimetizzati con l’impianto architettonico del paesello dove si vendevano prodotti tipici, vin brulè e fretole (per i non bresciani, frittelle).

Insomma, un salto nel passato in uno dei posti più incontaminati che conosca è stato un toccasana in grado di farmi sorridere per tutta la settimana. Le mie condizioni di salute più o meno precarie (ho un piede nella fossa, sto organizzando un viaggio a Lourdes per chi vuole unirsi) mi costringono a rimanere lontana dalla montagna, ma di certo questa esperienza è stata come un piccolo assaggio d’aria d’altura, e per ora mi basta.

C'era una volta Livemmo...
C’era una volta Livemmo…

V’invito dunque a mettere il like sulla pagina Facebook dell’evento “Carnevale di Livemmo” e a rimanere aggiornati anche attraverso il sito Riflessi di Luce sulle varie iniziative del piccolo comune valsabbino.

Appello accorato alla municipalità della zona: non so se mai mi leggerete, non so se mai prenderete in considerazione le parole di una persona che, per quanto piccola, sta dedicando la sua vita al turismo sostenibile. Per favore, fate qualcosa! Turismo non significa per forza caos, trambusto, inquinamento; il turismo per quella vallata può diventare un motore potentissimo per ampliare e mantenere il patrimonio naturalistico e storico che vi ritrovate. Avete in mano un prodotto che si vende da solo, dovete solo decidere come e quanto venderlo. Avete il coltello dalla parte del manico in un periodo storico in cui il ritorno alla terra da fenomeno sporadico sta diventando basilare per la sopravvivenza: usatelo saggiamente.

2 pensieri su “Il Carnevale di Livemmo:

  1. Ela

    Ciao, ti ringrazio per il bel messaggio lanciato attraverso il tuo Blog. Cercheremo di far leggere queste tue righe all’amministrazione. Da figurante è bello sapere che è stato apprezzato.

    Mi piace

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