La Compagnia del Calzino Bagnato: Il Monte Frerone

Era una mite giornata primaverile. Il sole ci scaldava stancamente la schiena, mentre ci avviavamo verso il sentiero che si perdeva nell’azzurro del cielo d’aprile

SBAGLIATO! E’ TUTTO SBAGLIATO!

La gita al Monte Frerone non poteva iniziare in un clima peggiore! Era il 15 di aprile, pioveva, tirava vento e faceva freddo. Che tu dici: “ma stai a casa, o sémo!”. E invece no, noi siamo partiti lo stesso, tra lo sguardo cupo di mio padre e la faccia contrita di mia madre.

Per ovvi motivi ho lasciato l’infaticabile a casa con i miei, talmente dispiaciuta per il cambio di programma da non essersi neppure girata per un saluto alla mia partenza: russava!

Piccola tappa al fornaio sotto casa per recuperare un piccolo pranzo (rigorosamente panini e pizzette) e via che si parte: direzione Rifugio Bazena, dove lasciamo la macchina, finiamo di caricare lo zaino con tutto il necessario (ciaspole comprese) e ci incamminiamo sul sentiero CAI n.1.

In blu vedete segnato il sentiero che la gente normale utilizza per arrivare al Frerone (in buona parte anche per andare al Lago della Vacca). Lo so, potevo fare di meglio. Ma potevo fare anche di peggio.

Protagonisti della giornata: Agodipino, la sorella di Agodipino, Diana, e suo marito Enzo, nonché guida eletta della giornata. Sul percorso: una vipera, quella che sono sicura essere stata un’aquila, numerosi insetti.

Premessa: la strada che porta al Frerone è ben segnata e battuta. L’unico problema è che l’inverno (o meglio, quando cade la neve), il sentiero diventa un pelo difficile per la presenza di un passaggio con catena. Essendo io un po’ fifona ed essendo la mia prima volta in alta montagna abbiamo optato per non seguire il sentiero ma tagliare dalla radura.

Detto così, tutti bravi, tutto facile. In realtà l’attraversamento della radura che porta ai piedi della Val Fredda non è così semplice. Prima di tutto, radura è un termine riduttivo che utilizzo per non scrivere tutte le volte “un sali e scendi unico in mezzo a dei merdosissimi buchi creati da Dio solo sa cosa  e coperti da un’erbetta scivolosissima a sua volta coperta da cespugli intricati che mi si incastravano costantemente le racchette”. Passata la suddetta e passati alcuni simpatici laghettini ghiacciati inizia la vera e propria salita.

Laghetti ghiacciati prima della salita maledetta

Sentiero a spanne: l’importante era mantenersi sulla destra orografica della montagna fino ad incontrare un punto d’attraversamento sicuro di un canaletto che letteralmente tagliava in due la salita. Una volta traversato, il sentiero diventa ben visibile e ben segnalato. Attenzione: non ho detto facile.

Credo veramente che quel giorno l’Accademia della Crusca abbia udito la mia voce tonante rimbalzata dalle vette di fronte a me, perché sono convinta che delle espressioni così volgari come mi sono uscite durante quell’ultimo tratto prima della bocchetta meritino un posto nella storia.

Lì sotto, i laghetti ghiacciati della fotografia precedente

Facevo dunque tripla fatica: quella normale, di una persona ben allenata che tenta la sua prima salita in alta montagna con lo zaino pieno e le ciaspole attaccate, quello di una persona ben allenata ma che per esorcizzare la fatica vomitava le peggio cose al capo spedizione e la fatica di una persona che di fronte a questa scena senza precedenti continuava a ridere fino a perdere il fiato.

Io che guardo con buddista rassegnazione mio cognato che riparte

La neve era alle ginocchia, le bacchette servivano per sondare il terreno e non cadere in posti ben peggiori, e presto i miei scarponi e i miei poveri pantaloni tecnici divennero totalmente inutili: i calzini erano fradici, io ero fradicia, avevo neve e acqua ovunque ma tranne in un paio di momenti di disperazione tipo “lasciatemi morire qui” sono sempre andata avanti.

Pendenza media della salita…ero disperata!

In prossimità di una bella bocchetta, quasi una strettoia messa ad hoc dalla natura per celare l’orizzonte, stavo per ricominciare una nuova valangata d’insulti per mio cognato quando lui, gentilmente, senza parlare, mi guarda e mi indica un punto imprecisato alla mia destra.

Scocciata, mi giro e mi zittisco. Sgrano gli occhi, brividi iniziano a correre lungo la schiena sudata, mi tolgo gli occhiali perché non ci credo, non posso essere arrivata fin qui. Il panorama che si apre è…indescrivibile. Una vallata racchiusa nelle guglie delle montagne scure, una lingua di neve che accompagna lo sguardo fino alla vetta, austera come una regina cattiva delle fiabe. Lo vedi, il mantello che cade dal suo capo t’invita a salire e tu cosa fai? Di nascosto, piano piano, inizi a salire.

Ed eccolo qui, finalmente, il Frerone!

Lo ammetto (se state leggendo Diana e Enzo, lo ammetto) mi era venuta una gran voglia di piangere. Era così bello e se non fosse stato per loro non avrei mai visto un posto del genere. Ci siamo abbracciati, un bacio sulla guancia da entrambi, il “ce l’hai fatta” più bello del mondo.

La Compagnia del Calzino Bagnato al completo

Come nelle più celebri Compagnie, c’è sempre un momento nella spedizione in cui ci si deve dividere: io e mia sorella mettiamo le ciaspole ai piedi e iniziamo una lenta e impegnativa risalita della lingua innevata, mentre mio cognato con piccone e ramponi attacca la cresta a guglie sulla nostra destra.

Mancavano davvero pochi metri alla vetta, davvero davvero pochi, ma il mio cuore e i miei polmoni mi hanno detto “fermati, non sei pronta”. Così, una manciata di passi sotto la vetta, mi sono tolta le ciaspole, mi sono seduta e ho lasciato che mia sorella e mio cognato arrivassero alla cima. Forse troppe emozioni, forse non ero più in grado di controllare il mio livello di paura, forse un pizzico di sottostima di me stessa: quei metri mancati alla vetta pesano come un macigno, ma sono serena.

Per essere stata la prima volta, mica male.

Mia sorella e mio cognato che finiscono l’ascesa

Il rientro non è stato più facile dell’andata: le gambe tremavano per la fatica, la neve sciolta rendeva tutto scivoloso e un grosso temporale si stagliava all’orizzonte. Tempo di arrivare alla Malga di Val Fredda e giù secchiate d’acqua, credo di non essere mai stata così bagnata neanche sotto la doccia.

Io giacca gialla, mia sorella dietro di me giacca rossa. Se ci fosse l’audio, sarebbe tutto più chiaro…

Il freddo nelle ossa, i calzini e gli scarponi che ormai avevano bisogno di un esorcismo, fango ovunque, cibo finito e un sorrisone stampato in faccia. La stanchezza era tanta ma avevamo già voglia di ricordare quella giornata: “guarda questa foto”, “ma ti ricordi quando lì…”, “e ti ricordi in quel punto quando tu…” e giù risate e risate.

La mia natura nerd non ha lasciato scampo alla situazione: escursioni mirabolanti, panorami mozzafiato, una compagnia fantastica…come non ricollegare il tutto al mio adoratissimo “Signore degli Anelli”? Da qui il nome “La Compagnia del Calzino Bagnato” che non ha nessun altro scopo se non portare i nostri calzini fetidi in cima alle vette.

Che dire? spero che questo racconto vi abbia lasciato qualcosa che non sia solo angoscia. La gita merita tantissimo ma è consigliata (anche su sentiero ufficiale!!) solo a chi ha veramente gambe allenate, buon fiato e un ottimo spirito d’avventura.

Per i più interessati, a questo link una descrizione più approfondita del percorso, con altimetrie, dislivelli passaggi difficili evidenziati.

A presto con la prossima avventura di Agodipino e la Compagnia del Calzino Bagnato. Qui sotto un omaggio per i miei lettori!

Con tanto ammore da Agodipino

4 pensieri su “La Compagnia del Calzino Bagnato: Il Monte Frerone

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