La Compagnia del Calzino Bagnato: Il Rifugio Prudenzini

Esattamente un mese dopo l’uscita spaccapolmoni al Monte Frerone sento suonare il telefono. “Diana ti sta chiamando” diceva il telefono. “Non rispondere” dicevano i calzini nel comò.

Niente. Rispondo e subito una voce allegra mi dice “Prudenzini domani? Solita compagnia“. Come fare a dirle di no? Dunque zaino strapieno, ciaspole appese, scarponi, racchette, faccio il pieno alla Lupo e via che si parte.

Come spesso succede, direzione Valle Camonica: lascio l’Infaticabile a mia mamma (per lei sono ascese troppo pesanti). Con tanto amore mia sorella mi prepara un bel panozzo al prosciutto e io porto frutta secca, magnesio, cioccolata e, a sorpresa, l’unico paio di ciaspole della giornata.

Benedetto unico paio di ciaspole della giornata.

Cartina escursionistica, punto di partenza Rifugio Stella Alpina Fabrezza (1435 mslm) a Saviore dell’Adamello e arrivo al Rifugio Prudenzini (2235 mslm). Un giorno giuro che ve ne carico una fatta bene.

Raggiungiamo comodamente in macchina il Rifugio Stella Alpina Fabrezza, situato in località Saviore dell’Adamello, dove lasciamo l’auto e punto di partenza dell’escursione.

Il sentiero, una bella strada semi asfaltata, sale decisa a stretti tornanti. Penso che in condizioni normali (per cui aspettate di arrivare in fondo all’articolo) sia la parte più rognosa. Enzo davanti, io e Diana a chiudere la Compagnia del Calzino Bagnato. Si parte per un’altra avventura.

Pochi minuti dopo la partenza ci si ritrova subito in quota

La salita è allegra, anche se un po’ pesante. Ridiamo, scherziamo, ci godiamo il panorama. Vedete, la salita al Prudenzini non è impossibile, ma è truffaldina. Diciamo che è un po’ come se si dovessero fare tre gradini giganteschi e questi tre gradini sono accompagnati da delle vallate lunghissime pianeggianti che portano al gradino successivo. Per questo inganna e per questo in tanti si trovano impreparati di fronte all’ascesa che, nel suo piccolo (ma neanche troppo), richiede quasi 3 ore.

La nostra guida
Un pezzo della vallata dopo il secondo gradone

La salita continua pacifica, fino ad incontrare da lontano la diga del lago Salarno, imponente e indisponente. Pur essendo una struttura artificiale in un punto naturale, non posso negare di esserne rimasta affascinata: la sua decadenza così elegante fa viaggiare la mente a tempi lontani, ai primi tentativi d’imbrigliare la forza della natura per sfruttarne l’energia, pratica poi superata come segnalano le finestre sbarrate e gli splendidi balconi di legno lasciati a marcire.

Appena superata la centrale, ecco apparire il lago, in tutta la sua bellezza e la sua congelatezza, congelatitudine, cong… sì, insomma, era congelato, nonostante fosse il 16 di maggio.

Panoramica del lago Salarno con cognato annesso

Da qui iniziano i nostri guai. Prima di tutto, un cartello truffaldino appeso alla ringhiera vicino alla chiesetta e scritto a pennello recita “Rifugio Prudenzini 30 min.”. Io e mio cognato tacciamo, sapendo bene che in montagna è meglio essere superstiziosi. Mia sorella invece, che per l’occasione è stata soprannominata “quella furba”, con grande gioia ci guarda e ci dice “MANCA POCO RAGAZZI! OGGI SI MANGIA IN RIFUGIOOO”.

Non. L’avesse. Mai. Detto.

Improperi, scongiuri, occhiomalocchioprezzemoloefinocchio, ripartiamo per la vetta. La superstizione lascia il posto ad un’atmosfera da gita domenicale quando incontriamo sul nostro percorso una marmottina, una bel camoscio giovane e dei fiorellini che meritano una fotografia in una posa super elastica da vero intenditore di botanica.

Quando all’improvviso, ecco in lontananza, su un altare di pietre, il rifugio Prudenzini. Per la seconda volta si cade nell’oblio alle parole “ormai ci siamo“.

Quando si dice portare una sfortuna nera.

Nel giro di pochi metri ci accorgiamo che la solida terra del sentiero inizia a diventare fangosa, instabile, piena di sassi sporgenti e ruscelli improvvisati dalla neve che si stava sciogliendo. Poco male, arriveremo sporchi di fango. Poco dopo, la neve prende il posto del fango. Poco male, arriveremo con i piedi freddi, anche se, porco cane, è andata bene fino ad ora…

Tempo di fare un paio di valutazioni che…perdiamo il sentiero. Scomparso sotto la neve. Intravediamo delle impronte, probabilmente di gente passate la mattina presto e rimaste leggermente impresse nella neve e decidiamo di seguirle. Poco dopo, perdiamo anche quelle.

Niente, andiamo a naso. Cavolo, cosa vuoi che sia? Il rifugio è lì, vedevo le scritte sopra la porta, non può essere così distante. (Piccolo indizio: sì, è così distante).

Inizia così per me (per noi?) un incubo: la neve copre i crepacci tra una pietra e l’altra, copre cespugli di 30 cm che invece sono di un metro e mezzo, copre ruscelli e stagni, nei quali cado senza mancarne nemmeno uno! In un momento di panico totale, con la neve in vita e i piedi e le gambe dentro uno stagno, ho brontolato talmente tanto che si è innescato il triplice sforzo dell’ultima uscita: sforzo fisico dell’ascesa, sforzo polmonare degli improperi e sforzo addominale della risata.

Ho minacciato di morte mia sorella che stava per tirare fuori il cellulare e filmare il tutto, anche se penso che quest’immagine non se la dimenticherà mai comunque.

Ero così stanca, così spossata, così fottutamente bagnata e infreddolita che al mio grido di “BASTA, IL PRUDENZINI PER ME FINISCE QUI”, mio cognato fermò la carovana. La sua idea non era errata, anzi, le sue due idee. La prima era stata quella di mettersi l’unico paio di ciaspole disponibili alla Compagnia per pre-tracciare il sentiero a noi: ci ha evitato un sacco di situazioni peggiori rispetto a quelle in cui ci siamo trovati.

La seconda è stata la seguente. Contrariamente a quanto predetto da quella Sibilla de noatri di mia sorella, non pranzammo al Prudenzini. Infatti su ordine di mio cognato ci siamo fermati a pochi metri dal rifugio, ci siamo seduti, ci siamo calmati e abbiamo pranzato. Io ho letteralmente mangiato panini e bestemmie, ero così arrabbiata con me stessa per non esserci riuscita!

Fotografia scattata da mia sorella a mia insaputa

Calmati gli animi, riempito lo stomaco, la situazione si era quantomeno distesa. Ed ecco che mio cognato propone “siamo qui solo noi. Lasciamo qui gli zaini e saliamo l’ultimo pezzo senza peso sulla schiena. Che ne dite?

Brontolando, accettai. Si parlava forse di 150-200 metri di sentiero. Lui davanti con le ciaspole, noi dietro. L’idea si rivelò essere la soluzione migliore in assoluto: in dieci minuti raggiungemmo il rifugio e appena toccato il cemento del porticato esterno mi lasciai andare ad un volgarissimo “porca t***a se mi sento Messner!” che fece scoppiare a ridere mia sorella e mio cognato e provocò un mezzo infarto ad una marmotta nascosta lì dietro.

Risate, gioia, abbracci, “ce l’hai fatta“. A voi magari sembrerà poco, soprattutto se avete visto il Prudenzini d’estate, ma per me è stata un’impresa titanica, dove ho dovuto affrontare le piccole paure che frenano le persone dal provare esperienza uniche. Come questa.

Gioia incontenibile

Qualche immagine del rifugio e dal rifugio.

Non è una vetta, ma per i miei standard poco ci manca. Sarebbe stato un vero peccato non arrivarci, anche perché mi sarei persa due cose che non dimenticherò mai più: il colore del ghiacciaio del Pian di Neve, di un azzurro senza paragoni (potete scorgerlo anche voi, in lontananza in alcune fotografie qua sopra) e il rumore di una valanga di neve, staccatasi appena distante da noi.

Rientriamo dallo stesso sentieri da quale siamo arrivati, recuperiamo gli zaini e iniziamo la discesa, non meno pericolosa (ma diciamo che dove vedevo i buchi del mio culo evitavo di andarci, ecco). Un forte temporale si staglia all’orizzonte ma per fortuna ci prende solo di striscio e in 2 ore e mezza rientriamo alla macchina.

L’atmosfera è molto rilassata, scherziamo tanto, mio cognato si nasconde dietro alle pietre e ci fa spaventare. Al fresco ricordo di questa uscita uniamo quello del Monte Frerone e fondiamo ufficialmente la Compagnia del Calzino Bagnato, immaginandoci già nuove uscite e nuove avventure.

La tensione allentata ci fa pensare ai momenti di più o meno seria difficoltà e pericolo passati insieme e ridendoci sopra mia sorella, la Sibilla, quella furba, se ne esce con la frase della giornata: “Sai Giulia che non potrei mai morire in montagna? Ma non perché sono invincibile, ma perché se muoio la mamma mi ammazza!!

La mamma è sempre la mamma. Soprattutto la nostra.

(Un bacio alla nostra mamma che so che mi sta leggendo. Sì mamma, quel “siete due cretine, te e tua sorella” sulla porta di casa al rientro dal Frerone ce lo siamo meritato!)

Arrivederci alla prossima avventura di Agodipino!

4 pensieri su “La Compagnia del Calzino Bagnato: Il Rifugio Prudenzini

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